Rannicchiato sulla sedia mi metto un cerotto sul mignolino, quello che non dovrebbe servire a nulla, se non a far male nei momenti meno opportuni. C'è che fai i chilometri sui tuoi piedi, e come una cazzo di transessuale nel deserto non c'entri con la strada che percorri. E poi, e poi, eh, non hai l'energia per tornare indietro.
Apri il tuo ombrellino parasole, stringi i denti e ricominci, pur patetico, pur vivo. E hai sempre una busta in mano, qualcosa da dover dire e ancora dicono a te, parole e il tuo nome che ti entra nella pelle, perchè arrivi ad un punto in cui vuoi far sentire come ti chiami, fino a quando vorresti mangiarti il cellulare e non sentirti dare del lei. Quando c'erano i party alcolici e una madre che strillava, era un secolo fa, oh sì.
Energico come poche volte nella tua vita cammini verso casa, e non ce la fai, perchè non sempre c'è un ritorno, e sempre c'è morte, lo pensi mentre alzi la mano per ringraziare sorridendo l'automobilista che si è fermato per farti attraversare la strada. Pensi a quando sarai.
Chissà chi è, dirà, chissà chi è. Non è vero.
Stella del parasole non ti perdere, anche nel deserto mantieni dignità, la stoicità è l'unica cosa che hai davvero. E dove arriverai, nelle tue scarpe, sarai splendido, seduto alla fermata del tram con quel piccolo dolore. E poi muori, stella del parasole, in una fantasia da giornata indaffarata, in qualcuno che suona la chitarra male ma con molto sentimento.
Non ci sei già più, nelle mie infradito e nel rumore della mia urina. Uhm?






















